lunedì 29 marzo 2010

Abiti

L’ho trovata quasi per caso. Fredda, inanimata, gli occhi vuoti. Puzzava, anche. Chissà da quanto tempo giaceva tra le sterpaglie. Ci ho messo un secondo a capire cos’era, un po’ di più a riconoscerla, ma alla fine ho capito: la figlia di quelli che abitano in fondo alla strada, neanche so come si chiamano. Bella bambina, un po’ smorfiosa. Credo mi abbia rivolto la parola un paio di volte, sarà stato l’estate scorsa, stavo facendo una passeggiata, lei giocava nel cortile di casa e mi ha parlato con quella sfrontatezza innocente che solo chi ancora non conosce la vergogna si può permettere. Non ricordo nemmeno più cosa abbia detto e cosa le ho risposto. Episodi senza importanza in due vite comuni che si sfiorano nell’afa di agosto. Ed ora, eccola qui. La cercavano da settimane, dicevano che era sparita, invece era a due passi da casa. Nel retro del mio giardino. Non ho la minima idea di come ci sia arrivata. Diamine, se lo sapessi non avrei chiamato la polizia, no? Avrei cercato di nascondere il corpo, come fanno sempre in quei film dove le persone innocenti fuggono e si comportano come fossero colpevoli anziché dire tranquillamente le cose cose stanno. Non li ho mai capiti quelli che fanno così. Io credo nella giustizia e nella mia coscienza. Se non ho commesso crimini, non ho niente da temere, no? Già. Ma questo non è un film. Se lo fosse, i poliziotti non sarebbero arrivati insieme ai giornalisti (e ce n’erano più dei secondi che dei primi), che mi hanno invaso la casa radendola quasi al suolo per la fretta di fare foto e montare attrezzature. Mi hanno fatto salire sull’auto della polizia; non ho opposto resistenza, ma mi vergognavo un po’, perché tutti i miei vicini erano assiepati attorno, a guardare con una strana luce negli occhi che non poteva dipendere solo dai flash della macchine fotografiche. Il giorno dopo c’era un servizio alla TV; dall’angolazione sembrava che mi dimenassi come un’indemoniato. Magari avessi ancora le forze per farlo. Poi ho visto la mia foto in bianco e nero campeggiare sotto titoli come “Svolta nelle indagini”, “Il giardino dell’orrore”, “Il mostro ha un volto.” Impossibile dargli torto: con quegli occhi sbarrati, la faccia stravolta, sembro davvero uno squilibrato, e non semplicemente il vecchio signore di setttant’anni che sono, colto di sorpresa dal fotografo sbucato chissà da dove. Nel frattempo sono stato messo in stato di fermo, ma collaboro con le indagini attivamente, i detective vogliono sapere un sacco di cose e qualche volta la mia memoria fa cilecca per l’età, ma sono gentili e mi trattano bene. Concordiamo quasi subito su una cosa: dato che il muro di cinta di casa mia confina con la Statale, teoricamente chiunque avrebbe potuto arrivare in auto, scaricare il cadavere dal bagliaio, buttarlo nel mio giardino e fuggire indisturbato. Il cadavere. Mi viene più facile pensare a lei così. Mi riesce più facile sopportare quello che le hanno fatto. Parole orrende, da brutto romanzo horror. Stupro. Sevizie. Abuso. Buon Dio. Aveva solo dieci anni. Dieci. Ogni volta che ci penso mi sento gelare il sangue nelle vene. Non so cosa darei per mettere le mani attorno alla gola di chi le ha fatto questo. Esattamente come i miei concittadini vorrebbero metterle attorno alla mia. Perché nel frattempo sembra che i giornalisti abbiano raccontato qualunque particolare sordido riguardante la mia vita. O meglio: dato che non ce n’erano, hanno reso sordido, stemperandolo nel vago, qualunque particolare riguardante la mia vita. Scopro così che i miei vicini di casa, quelli che mi hanno dato tanto una mano quando la mia amata moglie morì, hanno rilasciato un’intervista esclusiva in cui mi hanno definito “una brava persona, che però…”. Mi conoscono comunque molto meno bene rispetto a gente che non ho mai sentito nominare e snocciola aneddoti assolutamenti inventati sulla mia vita. “Supertestimoni”, li chiamano. Li ritrovi nei salotti televisivi, ospiti d’onore, che ripetono gongolando falsità sul mio conto. Do’ mandato al mio avvocato di sporgere querele per diffamazione, di rettificare sui giornali, di precisare che sto collaborando con le indagini e che gli inquirenti, pur dovendomi trattenere come indiziato per ovvi motivi (ehy, quel corpo è stato trovato a casa mia, dopotutto!), sono ormai quasi sicuri della mia innocenza. Lo dicono loro stessi alla stampa, che però non riporta la cosa se non di sfuggita.I giorni intanto diventano settimane, sono stato messo ai domiciliari perché non ci sono rischi di occultamento delle prove o di… com’è che han detto? “Reiterazione del reato?” Qualcosa di simile. Ho cercato di contattare amici e parenti. Ma nessuno vuol più parlarmi. Chi lo fa, mi insulta. Mostro. Pedofilo. Maniaco. Depravato. Non vogliono nemmeno sentir nominare uno che ha ammazzato una bambina dopo averle fatto qule che le ha fatto, uno che ha quella collezione enorme di materiale pedopornografico sul PC. Ci ho messo quasi due giorni a capire che PC sta per “Personal Computer”. Non ne ho mai avuto uno. Ma visto che i giornali l’hanno detto più volte deve essere vero, e pazienza se ho problemi già col videoregistratore, io, figuriamoci con un PC che nemmeno ho. Ed ho anche problemi ad uscire di casa. Nessuno mi rivolge la parola. Ad ogni angolo c’è una troupe appostata. Mi arrivano lettere minatorie, telefonate nel cuore della notte. Sperano che muoia. Che marcisca in galera. Assassino, mi chiamano. Forse la polizia non ha ancora tutte le prove, ma è solo questione di tempo; la TV e la stampa, Dio la benedica, ha rivelato a tutti che razza di bestia sono, anche oggi c’era un servizio su di me. L’ho letto anche io. Parlava di un mio viaggio fatto in Tahilandia, nota meta di turismo sessuale, quando avevo tre anni. Forse è stato allora che ho subito un trauma psichico, dice uno psicologo. O forse i miei genitori mi hanno coinvolto in qualche giochetto strano con qualche bambino del luogo. Così cominciano a scavare anche nel mio passato per dimostrare che bestia sono e che depravati fossero la mia mamma ed il mio papà. Ma non dicono che oggi sono un’animale che passa giorni e notti a piangere, a chiedersi perché tutto questo, cosa ho fatto per meritarlo, che perde quindici chili in una settimana e viene ricoverato due volte in ospedale nell’arco di pochi mesi. La prima volta, esaurimento nervoso. La seconda, tentato suicidio. Non mi fanno stare con gli altri degenti, però. Nessuno vuole dividere la camera con me. Persino medici ed infermiere non mi salutano. I poliziotti che piantonano la mia stanza mi rivolgono appena la parola. Poi, un pomeriggio di aprile, mentre piove che Dio la manda, arriva un magistrato. Mi dice che sono stato prosciolto e scagionato da ogni accusa. Le analisi di laboratorio e non so quali altre prove hanno dimostrato che è stato ucciso altrove e buttato poi nel mio giardino e ci sono tracce di quella roba, il DNA, che non coincidono col mio. Innocente. Lo sapevo, l’ho sempre saputo, eppure lo ringrazio con le lacrime agli occhi. Piango come un bambino. Mi sento libero. Ridicolo no? Mi stavo quasi convincendo anch’io di essere colpevole. Invece sono innocente. Innocente. Adesso lo sapranno tutti, no? Dovranno pur dirlo, in tv e sui giornali, con la stessa solerzia con la quale mi hanno condannato. Passano i giorni. Non una parola di scuse o di rettifica. Dicono solo, di sfuggita, che evidenti indizi portano a sospettare del vecchio parroco, quello che si è trasferito un anno fa. Appena un mese prima del ritrovamento del corpo, se non sbaglio. Ma tutta la città lo difende compatta, accusando la polizia e la magistratura di non ho capito quale “complotto”. Qualche tempo dopo scopro che il ministro della giustizia, quello che prima faceva il portaborse del presidente del consiglio ed è diventato non si sa come guardasigilli, ha mandato gli ispettori in procura “per acquisire gli atti dell’indagine, sulle quali sospetta gravi irregolarità che gettano discredito su uno stimato cittadino”. Che non sono io, ma il vecchio parroco. Quello che, rivela un giornale, era arrivato nella nostra parrocchia dopo averne girate almeno un’altra ventina. Adesso sembra che qualche genitore dica di lui quello che si diceva di me. Solo che questi “supertestimoni” non vanno in prima serata e nei salotti tv come quelli che mi accusavano. Anzi, vengono considerati mitomani in cerca di gloria. Il governo stigmatizza chi alimenta questo clima d’odio e rinnova solidarietà e vicinanza alla santa sede, la quale afferma a reti unificate che “non esiste alcuno scandalo pedofilia nella chiesa”. Ed io resto lì, abbandonato in poltrona come un pupazzo rotto, a fissare senza vederle ragazzine seminude che potrebbero essere le mie figlie sculettare su un bancone al ritmo di una canzonaccia da discoteca di quelle che piacciono ai giovani. Sono ancora lì che mi chiedo perché la legge è uguale per tutti, ma non il rispetto e la dignità. Guardo il telefono che non squilla più da mesi, la pila di quotidiani ammassati in un angolo (continuo ad aspettare qualche riga di scuse o rettifica, inutilmente) accanto alle fatture degli avvocati che mi hanno quasi ridotto sul lastrico (nessun rimborso per calunnie, quello era “diritto di cronaca”). Non sono un mostro. Ma oggi, ad un anno dall’inizio di questo incubo, mi passano per la mente pensieri che mi inducono a sospettare che potrei ancora diventarlo. In fondo è questo che vuole il pubblico, no? Un capro espiatorio su cui potersi accanire senza rimorsi di coscienza. Non la verità. E la verità è che mi sto chiedendo se sono ancora il discreto tiratore che ero in gioventù. Se la mia Smith & Wesson potrebbe ancora fare il suo dovere dopo secoli che non la uso. Ma prima di tutto questo…
Mi chiedo se a settant’anni suonati sia troppo tardi per prendere i voti. Sapete com’è.
Non vorrei passare gli ultimi anni della mia vita, se si può ancora chiamarla così, in galera.

(Copyright Bobby S. Pedersen 2010; tutti i diritti riservati.)

10 commenti:

  1. Sbatti il mostro in prima pagina!
    Bel racconto caro Bobby sulla realtà delle cose molto attuale, Ratzinger docet, dispiace per il vecchio signore, che però saggiamente pensa a diventare prete piuttosto che farsi saltare le cervella. Quasi mostro si, pirla no!
    Boyofthetime

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  2. Eh eh,mi sa che hai frainteso l'uso che il buon uomo vuole fare della pistola!^^
    Comunque è un racconto che idealmente dedico a tutte le vittime degli abusi,che spesso non sono solo coloro che lo subiscono fisicamente,ma che vedono la loro vita distrutta da una stampa bieca più interessata al lato morboso delle vicende che alla verità.L'ho scritto di getto ieri sera,e mi sembrava cosa buona e giusta "donarvelo".

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  3. Intendevi che volesse far saltare le altrui cervella, immagino, però io l'ho voluto leggere in modo più tragicamente individualista, oltre al fatto che così mi si incasellava perfettamente la questione del "pirla".
    Le cose create di getto sono sempre la più interessanti oltre che le più sincere. Bravo "bagaj"!
    Boyofthetime

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  4. p.s.

    Lo guardavo anch'io Manimal grazioso col biondo protgagonista generis un po "scopetta in c...o"
    che si trasformava in qualsiasi animale e la riccioluta biondina all'epoca molto in voga, Melody Andersen se non ricordo male, protagonista anche di quella boiata di Flash Gordon con niente po po di meno della Melato e della Muti che va ricordato solo per quel gran pezzo di "Flash" biondone Sam qualchecosa di cui non ricordo il nome ma i pettorali rimangono scolpiti nella mia memoria!
    Boyofthetime

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  5. E pensa che nell'episodio pilota c'era pure Ursula Andress....

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  6. Bravissimo Bob.....

    Supergatta

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  7. Niente male collega! Evidenzi quella che è una delle tante anomalie italiane: i processi ai veri o presunti mostri assassini hanno empre gran risalto nei tg e nei programmi di approfondimento, benché a ben vedere si tratti di episodi "privati": cioè, per intenderci, la mia vita e quella della collettività nn cambia se scopro che ad aver ucciso Meredith è stata Amanda o Pincopallino. Al contrario, invece, i processi che riguardano la vita pubblica di questo paese sono trattati di striscio, quando non deliberatamente driblati.
    Se devo essere sincero, però, io avrei evitato questo finale con il riferimento all'ingresso in politica alla ricerca dell'impunità che rovina il racconto.

    Hellies, il collega.

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  8. UHm...interessante e sintomatico della situazione che tu sovrapponga la possibilita che il vecchio si faccia prete per evitare la galera dopo aver fatto fuori un po' di gente con l'ingresso "in politica"...ma forse ti ha fuorviato l'espressione "prendere i voti". Comunque il senso del racconto è proprio quello:il povero signor nessuno,innocente o colpevole che sia, messo alla berlina e vituperato in ogni modo,mentre la personalità socialmente di spicco,per quanto a livello locale,protetta e difesa perchè comunque parte di una lobby di potere,esattamente come sta accadendo in questo periodo con lo scandalo pedofilia in vaticano (cui il racconto fa esplicitamente riferimento).
    Grazie del commento,Collega!

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  9. Sì, in effetti ho del tutto frainteso il significato di "prendere i voti". Certo, così per evitare una galera (le carceri) finisce in un'altra (il monostero se si fa frate!). E poi diglielo al personaggio del tuo racconto che di questi tempi gli conviene cmq farsi eleggere in Parlamento!

    Hellies, il collega.

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  10. Beh sai,è un personaggio esasperato,ma ha ancora una dignità da difendere;quindi difficilmente diventerà un criminale di tale portata da poter addirittura entrare in parlamento.^^

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