lunedì 5 ottobre 2009

Storia di una barchetta di carta

Sabato il treno doveva portarmi verso una giornata fantastica, rivelatarsi invece qualcosa che le parole a mia disposizione non bastano a descrivere, e conclusasi nella malinconia di una separazione temporanea che sa di interminabile. Aspetto con l’ ansia di una tigre in gabbia che sia venerdì. Aspetto di rivederla, di stringerla a me; la mente, il cuore, tutti i miei sensi ricordano frasi, gesti, istanti. Se la perfezione ha sostanza, posso dire di averla raggiunta, grazie a lei. Sabato è stata una giornata come non ne vivevo da tempo, se mai ne ho vissute. La memoria non mi soccorre; se ne ho avute altre in passato, è stato troppo tempo fa. Ed è stato proprio sabato mattina, mentre aspettavo il treno che mi avrebbe portato tra le sue braccia, che ci siamo incontrati. L’ ho vista per caso. Stava lì, ad un passo dalla panchina, vicino alla mia scarpa, accanto ad un mozzicone di sigaretta. L’ impulso è stato automatico. L’ ho raccolta. L’ ho guardata. Ha lasciato che me la rigirassi tra le dita. Non che potesse opporsi in qualche modo. Non che fosse qualcosa di speciale. Una semplice barchetta di carta. Di quelle piccole, che stanno in una mano. Distratto prodotto di uno studente che forse voleva sfoggiare la sua abilità, ingannare il tempo in attesa del treno che l’ avrebbe portato chissà dove. Qualcosa di effimero, comunque. Il pregevole risultato di un momento di spleen, come tale alfin trattato; buttato per terra, dove capita capita, in attesa che una ramazza la consegnasse all’ oblio del sacco della spazzatura. Ho raccolto la barchetta. L’ ho guardata. Sembrava chiedersi perchè. Perchè l’ avevano creata, per poi gettarla via. Non aveva grandi pretese, dopotutto. Solo trovare un posto confortevole su cui trascorrere i suoi giorni. Una mensola, una scrivania. Nessuno avrebbe forse badato a lei; chi bada più alla semplicità? Ma almeno avrebbe avuto uno scopo, per quanto modesto. Avrebbe saputo di poter essere qualcosa di più del risultato di un momento di noia, di spavalda abilità. Invece era lì. Abbandonata. Perchè? Perchè ci riesce così facile gettare sul marciapiede ciò che creiamo, per quanto modesto sia? Quanto ci preoccupiamo dei sentimenti di ciò che abbandoniamo dopo averlo plasmato, per inseguire altre, più effimere chimere? Ho provato a trasfigurare quella carta sbiadita in uno qualsiasi di noi. Plasmato da mani abili ed esperte, sfoggiato per un minuto, forse meno, e poi abbandonato sulla banchina di un’ anonima stazione delle tante che costituiscono il viaggio della nostra esistenza. Ho scoperto che quella barchetta, forse, non era poi così diversa da me. Voleva solo avere qualcuno che si prendesse cura di lei. L’ impulso è stato automatico. Ho aperto lo zaino, e l’ ho infilata dentro. Adesso è qui, su una delle mensole di camera mia. Incredula, forse, di essere sfuggita al proprio destino. Felice, mi piace pensare, di aver trovato qualcuno capace di cogliere la sua complessa semplicità, i suoi essenziali bisogni. A volte basta poco per raggiungere la soddisfazione; un minimo di attenzione, il gesto gentile di una mano. Ripenso alle sue... quando arriva venerdì?

-La notizia del giorno: berlusconi si reca a Messina, sui luoghi del disastro. Il sadismo di questo tizio è impressionante...
A proposito di disgrazie insulari, tanti auguri di buon compleanno a Sweepsy!!!

-La frase del giorno: "Non ti dirò mai addio, perchè vorrebbe dire non vederti più." (Rogue)

2 commenti:

  1. ^^ Sono commossa... no non è vero.. sono sempre sweepsy -.-

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  2. io invece sono commessa davvero.. ti ho portato un sorriso! (..)
    bobby in versione dolce, sei affascinante.
    peccato che la gente faccia spesso di queste cose. prende ciò che ha costruito e lo abbandona nelle stazioni.

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