domenica 26 luglio 2009

E le dita raschiavano il coperchio....

Dicono che nella vita bisogna provare tutto, prima di morire. Presumo che quindi, prima o poi, dovessi cimentarmi anche in questo. Un blog. L' ultima cosa che pensavo di dover tenere. Un blog in cui parlare di me, del mio lavoro, di ciò che sento e di ciò che peggio ancora non sento. Uno spazio in cui condividere con voi pensieri e parole, in cui... come? Chi sono? Oh, vi chiedo umilmente scusa. Il mio nome è Bobbby S. Pedersen, e da qualche giorno sono uno scrittore fortunato. Ma credo che sia meglio seguire la prassi, e lasciare che a presentarmi sia questa lettera di referenze:

Mi chiamo Bobby S. Pedersen. Sono uno scrittore. Lo sono da quando avevo dodici anni. Fu allora che composi il mio primissimo racconto, una mezza paginetta che intitolai “Il guardiano” .
Da allora sono seguite molte altre pagine, molte altre storie... molte altre carriere.
Prima studente, poi operaio, con alcune incursioni estemporanee e senza importanza in altre professioni. Ho cambiato diversi lavori, vissuto diverse esperienze, alcune bellissime, altre terribili. Una vita ordinaria, insomma. Ma questo non mi ha impedito di rimanere uno scrittore. Anche se nessuno mi pubblicava. Non fosse altro perchè non ho mai cercato di farmi pubblicare. Non era quello l’obiettivo. Non dovrebbe mai essere quello l’obiettivo. Non deve mai essere quello l’obiettivo. Se ti stai spaccando la testa per scrivere qualcosa che ti renda celebre, dammi retta: chiudi tutto, corri al più vicino ufficio casting e cerca di diventare il concorrente di uno qualsiasi dei programmi- spazzatura che allignano come la peste nel tubo catodico. Perchè se l’ unico motivo per cui riempi una pagina è quello di essere il prossimo ospite di Maurizio Costanzo, di vivere la vita del ricco e famoso con bollino di certificazione pseudo- culturale, di diventare il nuovo Stephen King, la nuova J. K. Rowling, il nuovo Faletti, il nuovo Travaglio... se è a questo che aspiri, allora non sei uno scrittore. Sei un frustrato in cerca di soddisfazione per il proprio ego, talmente monumentale da pretendere la patente di rispetto che solo in un paese come il nostro, dove i libri sono considerati come passatempi per persone antropologicamente diversi dal resto della razza umana ( manco fossero magistrati), potresti ottenere pubblicando un libro. La scrittura non ha bisogno di questo. Non ha bisogno di nuovi fenomeni, di nuovi autori che ricordano i vecchi, di best- sellers da miliardi di copie scritti col copia- incolla e/o la funzione “cerca e sostituisci”. La scrittura non ha bisogno di te. Ma il vero scrittore ha bisogno di lei, non come strumento per giungere alla celebrità ed alla vita facile, ma come indispensabile mezzo per gridare ciò che sente, per far sapere agli altri cosa si agita dentro di lui. Un modo per comunicare col mondo, e col prossimo. E come tale, non deve essere nè bella nè brutta, nè eccezionale nè (orrore !) “commerciale”. La scrittura deve essere ciò che senti, un mezzo per colmare le lacune che avverti intorno a te, per raccontare qualcosa che forse è già stato detto e ridetto... ma potrebbe non esserlo mai stato come avresti voluto. Quindi tocca a te narrarlo, come sai e come puoi. Ed a nessun altro devi rendere conto di ciò che scrivi, se non a te stesso. E’ per appagare noi stessi che dobbiamo prendere carta e penna, o sederci alla tastiera. Non per la soddisfazione di sentirsi dire “bravo”, nè per far scintillare gli occhi di editori il cui unico scopo è vendere le nostre storie come fossero capi alla moda, destinati a diventar stracci passata la stagione. Certo, un parere ed una critica disinteressati a quanto scrivi è sempre bene accetto, va cercato ed ascoltato da coloro che non hanno alcun interesse a darti un parere piuttosto che un altro. Ma non è detto che un giudizio negativo sia la pietra tombale sulle tue capacità letterarie, nè che un suggerimento debba necessariamente essere preso in considerazione. Alla fine, l’unico che deve essere soddisfatto del proprio operato sei tu. Se agli altri non piace, se avrebbero voluto un finale più allegro oppure una trama più lineare.... beh, non è detto che li si debba accontentare. Non si può accontentare tutti. E’ già difficile soddisfare sè stessi. O no?
Conosco benissimo la sensazione; rileggi le pagine e le trovi noiose, banali, ovvie, ti sembra di non avere un briciolo di talento o di capacità. Ma se anche fosse vero, questo non è un motivo per arrendersi. E’ anzi uno sprone a migliorarsi, a continuare a mettere nero su bianco ciò che sentiamo così come lo sentiamo. Qualunque cosa può essere aggiustata, modificata, rivista e riscritta, una volta fatta. Ma se non le diamo modo di concretizzarsi, di uscire da noi e guardarci a vicenda negli occhi, rimarrà per sempre un potenziale inespresso nella nostra mente, il cui unico destino sarà quello di morire, soffocato dalle tonnellate di macerie che quotidianamente la vita scarica nelle nostre anime. Non dico che tutto questo sia facile. E potresti borbottare che ho un bel dire, io, visto che sono uno scrittore che viene pubblicato. Vero. Ma per farmi pubblicare ci ho messo venti anni. Ed in questi venti anni ho scritto solo per me stesso.
L’ editoria era un’ isola lontana verso cui mi sono diretto quasi per scherzo, spronato da chi credeva in me più di quanto ci credessi io stesso. Adesso posso dire, grazie a queste persone, di essere uno scrittore doppiamente fortunato: sia perchè il mio libro potrà essere conosciuto da molte persone che mai conoscerò (e questa, inutile negarlo, è una bella soddisfazione), sia perchè ho attorno a me persone che quasi certamente non merito, ma mi restano comunque accanto, e non sapranno mai quanto sia loro riconoscente per tutto questo. Quanto dureranno queste fortune non lo so. So solo che, da quando ho firmato il contratto di pubblicazione con “Il Filo”, ho continuato a lavorare per soddisfare una sola persona; me stesso. E continuerò a farlo con questo unico obiettivo, sapendo quanto esigente sia questo lettore. Il giorno che scriverò qualcosa che gli piaccia al 100%, sarà il giorno in cui non ho più niente da dire. Ma fino ad allora, continuerò a mettere su carta tutto quello che mi passa per la testa, tagliando, allungando e modificando. Al solo scopo di accontentare me stesso. Se nel frattempo qualcuno leggerà le mie opere, e le gradirà, meglio così. Se qualcun altro vorrà pubblicarle, bene.
Ma comunque vadano le cose, nessuno mi potrà dire se sono bravo o no. Nemmeno io so se lo sono o meno. So soltanto che quando avverto l’esigenza di raccontare qualcosa, quando un personaggio od una storia mi chiede (e mi chiederà ) di potersi presentare sul palcoscenico di carta che solo può ospitarlo, lo estrarrò da me e gli darò modo di dimostrare di cosa è capace. Glielo devo. Non voglio che resti ucciso dal peso della realtà. Sarebbe come uccidere una parte di me. Ed alla lunga, finirei per uccidere tutto me stesso. Un nuovo morto vivente in questo mondo di vivi morenti. Non ho intenzione di diventarlo.
E, ne sono sicuro, nemmeno tu. Quindi... scrivi, e resta vivo. Lo devi a te stesso. Ad ogni parte di te stesso. A prescindere da come deciderai di intitolarla.
Cordialmente,
BOBBY S. PEDERSEN

Ecco, a grandi linee sarà questo l' argomento principale che affronterò in questo spazio. La scrittura, il processo creativo, come lo vivo e come lo affronto... e non solo. Qualche volta, si parlerà anche di politica ed alta strategia. Perchè il mio campo è la letteratura di genere orrorifico- fantastico, ma fuori dalla carta si aggirano mostri assai più spaventosi... ed ogni tanto sarà bene parlarne. Ma non stasera. Ho già abusato troppo della vostra pazienza. Il tempo di segnalarvi il link a cui potrete trovare informazioni relative al libro da me scritto :

http://www.ilfiloonline.it/shop/product_info.php?products_id=2725

Ed è già il crepuscolo....

2 commenti:

  1. E non c'è niente di meglio di un amico graffiante che ti sostiene così, a scatola chiusa! Grazie Tigre! ^^

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