domenica 20 marzo 2011

Il Cigno Nero

Dal Dottor Jekill di Stevenson al Doria Gray di Oscar Wilde, il tema del doppio, del riflesso corrotto di noi stessi, è stato ripreso più volte, con infinite variazioni sul tema. Può essere l’esposizione a prodotti chimici di varia natura, a far emergere con violenza la bestia, o più banalmente l’opprimente routine di ogni giorno, come ci insegnano, soprattutto, le cronache dei quotidiani. Non di rado, il doppelganger prende il sopravvento senza che nemmeno ce ne accorgiamo, precipitandoci in una realtà allucinante ed allucinata, dove i più inconfessabili desideri prendono vita. Ai deliri dei Jack Torrance e delle Betty di lynchana memoria, si aggiungono quelli di Nina, giovane ballerina ossessionata dalla perfezione assoluta e da una madre sciatta, che vorrebbe per la figlia quella grandezza che lei non ha potuto raggiungere in gioventù, occasione mancata della quale accusa, inconsciamente, proprio la figlia.


L’occasione della vita si presenta quando Nina viene scelta per interpretare l’ambita parte di Odette, protagonista de “Il Lago Dei Cigni” di Tchaikovsky; ma, per volere dell’impresario, la ragazza dovrà anche trovare, dentro di sé, la torbida sensualità che farà di lei il perfetto cigno nero, alter ego che causerà la morte della sfortunata principessa. Per Nina inizia così il calvario che la condurrà nei più oscuri meandri di se stessa, tanto sul palco quanto nella vita. Detta così, la trama dell’ultimo film di Aronofsky non pare niente di eccezionale, ed in effetti lo scivolone nel “già visto” era dietro l’angolo. Fortunatamente, il regista ha pensato bene di incoccare diverse frecce sul proprio arco. Rinunciando al mondo di cartapesta rifilatoci dagli ultimi film danzerecci per biNbiminKia cresciuti a pane e talent, dimostrando che non per forza i sacrifici della protagonista deve infine esser ripagati dal dozzinale “vissero tutti felici e contenti”, veniamo da subito gettati in un mondo sporco e disadorno, con luci sempre sul punto di venire inghiottite dalle ombre. Luoghi dell’anima, prima ancora che fisici, manifestazioni della cinica lascivia che muove ed unisce i personaggi, primo tra tutti un luciferino Vincent Cassel, perfetta sintesi di maestro e corruttore.


Solo la camera di Nina si erge, unico ed ultimo bastione, contro la corruzione imperante. Ma il cigno nero non tollererà a lungo i rosa pastello ed i peluche tra i quali Nina si rifugia per sfogare la frustrazione con infinite, silenziose lacrime. E proprio qui avverrà la più sconvolgente delle metamorfosi. O forse no? Chi può dire, ormai, cosa sia vero e cosa frutto del delirio? Ciò che conta è essere perfetta; non importa quali depravazioni concedersi, quali sentimenti calpestare, quanto reali siano i fantasmi che ci perseguitano; conta solo il risultato. Quell’agghiacciante, kafkiana, definitiva trasformazione in tutto ciò che abbiamo sempre voluto (e temuto di) essere viene finalmente raggiunto lì, sotto le luci dei riflettori, la sera della prima. Il pubblico in teatro, pallidi, anonimi volti nell’ombra, vedendo l’oscurità spalancare trionfante grandi ali nere applaude fino a spellarsi le mani.


In sala il sottoscritto non può far altro che rimanere a bocca aperta per l’interpretazione di Natalie Portman; smessi i panni dell’odiosa Amidala nella nuova, dimenticabile trilogia di Star Wars, Natalie torna all’acerba, torbida sensualità del suo esordio cinematografico, quando a soli dodici anni rubò la scena allo scafato Jean “Leon” Reno. Oggi, alla soglia dei trenta, Natalie chiude il cerchio, Mathilda diventa Nina e spalaca trionfante le ali per raggiungere il meritato oscar come migliore attrice protagonista, regalandoci la migliore, più vibrante interpretazione della sua carriera… insieme ad una buona dose di spaventi, prevedibili certo, ma non per questo meno efficaci. Sì, ho fatto diversi salti sulla poltrona, non mi vergogno a dirlo. Non prendevo spaventi così piacevoli da parecchio; ne avevo tanto bisogno. Provateli anche voi. Sono sicuro che, quando le luci torneranno ad accendersi ed i titoli di cosa scorreranno sullo schermo, ci vorrà un bel po’ prima che vi passi la pelle d’oca. Anzi, di cigno. Nero, ovviamente.

Il Cigno Nero, di Darren Aronofsky
Usa, 2010
Durata: 108 minuti
Con Natalie Portman, Vincent Cassel, Mila Kunis, Wynona Rider, Barbara Hershey

-“Sette storie per non dormire” : se terminata la visione de “Il Cigno Nero” volete riprendervi facendo due risate di quelle grasse, cercate il trailer di “frozen”, la storia di tre mentecatti bloccati su una seggiovia. La comicità involontaria non ha mai raggiunto simili vette (letteralmente).

-La frase della settimana: “Gli uomini preferiscono una bugia ben costruita ad una verità fastidiosa.” (R. Wood)

6 commenti:

  1. Ogni tanto qualche piccola perla compare ancora qua e là nel panorama mondiale cinematografico. Bisogna solo saperla cogliere...

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  2. ...preferendola magari all'ennesimo, inutile sequel/ prequel/ spin-off oppure alla stronzata per cinquenni in palese deficit mentale tratta dal videogioco/ fumetto/ telefilm del momento. Sì, bisognerebbe proprio farlo.

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  3. Ce lo dicono tutti, da sempre: per crescere bisogna vincere le proprie paure. Il personaggio interpretato da Cassel vede le potenzialità incredibili quanto pertinacemente da lei stessa nascoste di Nina e la spinge - anche con metodi altamente discutibili, a volte - a tirarle fuori, tutte quante, sia come ballerina sia come donna. E solo quando l'ormai peggio che delirante Nina vince ad una ad una le sue paure (il distacco dall'ossessiva ed onnipresente madre, il sesso, il confronto/scontro con le altre ballerine della compagnia, la propria fragilità e imperfezione) le due facce della stessa moneta, il cigno bianco e il cigno nero, prendono finalmente piena e decisa forma entrambi dentro di lei, imparano a coesistere e a compensarsi, a farne una persona vera, completa, meravigliosa. Un'adulta bellissima, fiera e sicura di sé, che non teme la propria imperfezione ma nemmeno più se ne fa scudo. Splendido cigno ormai cresciuto e maturo, seppur a carissimo prezzo Nina ha compiuto la sua metamorfosi, il suo percorso di crescita e può spiccare il volo, finalmente felice e soddisfatta. Cala il sipario, ma come giustamente dicevi tu, Bobby, i brividi continuano a percorrerti la schiena. Veramente un film straordinario e sicuramente uno degli Oscar più meritati degli ultimi anni.

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  4. Proprio nell'aspetto del delirio autodistruttivo penso si trovi la forza che rende vincente e spiazzante il film; dopo decine (centinaia?) di pellicole dove i biNbiminKia potenziali famosi diventano tali, guardando in faccia i rispettivi tabù e vincendoli con tanta tanta forza ed umiltà, abbiamo qui un messaggio di fondo del tutto diverso: la "convivenza pacifica" tra luce ed ombra non è cosa scontata nè facile da raggiungere, e quando la seconda erompe può facilmente sopraffare chi l'ha sempre negata. Ed è probabilmente questo a rendere il film inquietante a livello subliminale, prima ancora che visivo; la consapevolezza che, se liberata, l'oscurità dentro di noi ci porterà sì al traguardo, chiedendo però in cambio un prezzo altissimo. Forse per questo ci insegnano a negare il nostro lato cosiddetto "peggiore", relegando il cigno nero dentro di noi in gabbia?

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  5. Se lei non fosse stata così psicologicamente tormentata ce l'avrebbe fatta, Bobby... avrebbe retto, seppur restandone comunque piuttosto provata, il colpo e sarebbe diventata una stella di duratura e mondiale grandezza. Ma si sa, la storia insegna che spesso solo i più "sensibili" raggiungono certe inimmaginabili altezze e che certi momenti, certi traguardi eccelsi di perfezione e bravura sono irripetibili. La bellezza, la vera bellezza, è un atto unico, un singolo impagabile momento non destinato a durare, per definizione.

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  6. Vero... ma sarebbe poi riuscita a mantenersi, in certo qual modo, "pura" in un ambiente meschino ed arrivista come quello? O la tenera, ingenua bambina sarebbe diventata un altro, temporaneo ingranaggio di un sistema malato? Chissà. Forse, dopotutto, il cigno nero è stata una salvezza, il minore dei mali, a confronto di uno ben più infido e così radicato nell'uomo da essere ormai socialmente accettato: il cinismo. A ben pensarci, forse per Nina è stato meglio così...

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